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GIORNATA MONDIALE CONTRO L’INFIBULAZIONE

GIORNATA MONDIALE CONTRO L’INFIBULAZIONE

In Egitto la chiamano Tahara, in Somalia Halal, per noi occidentali invece, l’altro nome dell’infibulazione è violenza sulla donne. Le vittime di questo abominio, sono per lo più bambine di età compresa tra i 4 ed i 15 anni -a seconda della cultura di appartenenza- che non hanno modo di sottrarsi al volere -criminale- che vige come legge in quei popoli asiatici ed africani, che ancora oggi, soggiacciono a società di tipo patriarcale, fortemente legate alle tradizioni ed assolutamente refrattarie ad ogni forma di sviluppo.

Tutte le procedure che includono la rimozione parziale o totale dei genitali femminili esterni o altre lesioni agli organi genitali femminili, per ragioni culturali o altre ragioni non terapeutiche.

Per chi ancora non lo sapesse, l’infibulazione consiste nella brutale, arbitraria e sistematica mutilazione degli organi genitali femminili, mediante l’asportazione del clitoride, delle piccole labbra e di una parte delle grandi labbra vaginali, successivamente cauterizzate (distruzione terapeutica di un tessuto attraverso il calore o per mezzo di sostanze caustiche) e nella conseguente cucitura della vulva. Privata per sempre del clitoride e di tutte le terminazioni nervose atte a provocare piacere e sigillata l’entrata vaginale, ciò che resta della femminilità della donna -per lo meno da un punto di vista strettamente anatomico- è un piccolo forellino lasciato aperto, per consentire la fuoriuscita dell’urina e dei fluidi mestruali.

In tutto questo, come se l’atto in sé non fosse già abbastanza raccapricciante, non bisogna dimenticare che l’infibulazione è una pratica per lo più “casalinga” fatta quindi in totale assenza di norme igienico-sanitarie e soprattutto senza anestesia. La maggior parte delle bambine durante il taglio, sono vigili o al massimo sedate con blandi rimedi -anche questi casalinghi- che ovviamente, non sono lontanamente in grado di fronteggiare un simile dolore. 

Diffusa in circa 28 Paesi come Egitto, Sudan, Somalia, Eritrea, Senegal, Guinea, Kenya, Tanzania, Sierra Leone, Mauritania, Nigeria, Mozambico, Botswana e Lesoth per quel che concerne l’Africa e Malaysia, Oman, Yemen e Indonesia per l’Asia, la mutilazione genitale femminile, non rappresenta solo il folle intento di preservare la verginità e mantenere intatta l’illibatezza della donna a favore dell’uomo/marito/padrone che farà di lei la sua schiava. Ma legandosi altresì ad una visione retrograda e maschilista della donna, in alcune culture più di altre, sancisce a tutti gli effetti l’inferiorità di quest’ultima nei confronti dell’uomo ed il suo non essere degna ed al tempo stesso padrona, di disporre a piacimento del proprio corpo.

In una visione maledettamente maschilista, secondo la quale l’atto sessuale -per la donna- deve essere finalizzato unicamente alla procreazione e non al piacere, l’orgasmo femminile è infatti considerato un’aberrazione che sporca la donna rendendo il suo corpo, corrotto dal piacere, indegno di mettere al mondo dei figli.

Secondo i dati diffusi dall’Unicef, In Somalia il 98% della popolazione femminile è stata infibulata, seguono Guinea 96%; Gibuti 93%; Egitto 91%; Eritrea 89%; Mali 89%; Sierra Leone 88%; Sudan (nord) 88%; Burkina Faso 76%; Gambia 76%; Etiopia 74%; Mauritania 69%; Liberia 66%; Guinea-Bissau 50%; Ciad 44%; Costa d’Avorio 36%; Kenya 27%; Nigeria 27%; Senegal 26%; Rep. Centrafricana 24%; Yemen 23%; Tanzania 15%; Benin 13%; Iraq 8%; Ghana 4%; Togo 4%; Niger 2%; Cameroon 1%; Uganda 1%.

Fonte Unicef 

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