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" …Il piacere si intreccia col dolore, il bene con il male, la luce con il buio, incatenati nell’anima che tutto sottende senza una visibile distinzione “

– Semicit Nietzsche – 

Pigramente appoggiato al bancone del bar, Mr. Evans aveva appena terminato di bere il suo drink e non sembrava per nulla intenzionato ad ordinarne un altro.
Aveva bisogno di distrarsi.
Di allentare la tensione.
Ma quella sera, una semplice bevuta non sarebbe bastata.
L’insoddisfazione gli stava mordendo lo stomaco come un cane rabbioso e niente
–nemmeno l’alcool–
avrebbe potuto strapparlo a forza da quel fastidioso malcontento, che continuava a montargli dentro, minacciando di sommergerlo.
Con la testa china sul bancone bevve un sorso di Whisky e sospirò…
Sulle labbra, la dolce essenza del malto mischiata al sapore acre della sconfitta.
Per quanto avesse cercato di evitarlo, alla fine era caduto in trappola come un novellino. Poche parole e la sua mente aveva iniziato a vagare, indugiando sulle ignare ed al tempo stesso vivide fattezze del giovane descritto da Quinn.
Era stato come vederlo
E adesso, l’unica cosa a cui riusciva a pensare era quel maledetto schiavo di cui non sapeva niente.
Nemmeno il nome.
Ma che continuava ad affollare la sua mente di immagini. Suoni. Colori.
Rendendolo, suo malgrado, schiavo di un desiderio, già troppo intenso per essere ignorato…
Erik si guardò attorno spaesato. 
Nella stanza il silenzio era assoluto.
Seduto a terra con la schiena addossata al muro chiuse gli occhi un istante e prese un lungo respiro.
L’attesa si stava facendo snervante.
Non sapeva più da quanto tempo si trovasse lì.
Né il perché.
Sicuramente erano passate ore.
Riaprì gli occhi e lasciò vagare lo sguardo nella semioscurità, in cerca di una via di fuga. Ma più si guardava attorno e più sentiva crescere dentro di sé una strana sensazione…
Disagio
Ecco cos’era.
Quella in cui si trovava non era certo una comune sala d’attesa. Ma una vera e propria cella, con tanto di sbarre alle finestre.
Un fremito sinistro gli corse lungo la schiena, increspandogli la pelle.
Era in trappola.
Improvvisamente il disagio mutò in apprensione. L’apprensione in paura e la paura si fece strada ovunque. Strisciò in superficie, si insinuò sottopelle, attraversò i muscoli e si spinse ancora più a fondo. Fin dentro le ossa.
Panico
Ancora una volta lasciò vagare lo guardo in cerca di una via di fuga.
E ancora una volta non ne trovò nessuna.
Evans inspirò profondamente, poi soffiò fuori tutta l’aria dai polmoni e guardò l’orologio con impazienza ed irritazione.
Dove diavolo era finito Mr. Quinn?!
Era passata più di un’ora da quando lo aveva fatto accomodare lì e se ne era andato, lasciandolo solo.
Iniziava seriamente a dubitare che quel fantomatico schiavo esistesse davvero.
Per quanto improbabile, quell’ipotesi lo innervosì.
E non poco.
Al solo pensiero che quanto gli era stato promesso, potesse essergli negato con la stessa velocità con cui gli era stato offerto, un fremito feroce ed inaspettato lo attraversò, in un misto di volenza e necessità.
Non era solo una questione di onestà, a dire il vero l’onestà c’entrava ben poco. Era ben altro a spingerlo ad esigere avidamente quanto gli era stato prospettato.
Una lenta fiammata di eccitazione cominciò a risalirgli la pelle.
Ustionandolo
Era sul punto si esplodere, rabbia, paura, curiosità, desiderio, lussuria.
Era tutto lì.
Rimescolato sul fondo della pancia, pronto a detonare alla minima oscillazione…
No, non poteva trattarsi di una misera farsa.
Quinn, era pur sempre un uomo d’affari.
E con una certa reputazione…
Uno scherzo del genere gli sarebbe costato la faccia…
Se non addirittura la vita.
Bevve ciò che restava del suo whisky con indolenza, mentre ancora una volta, un’assillante sensazione di aspettativa lo percorse.
Sbottonò i polsini della camicia e si arrotolò le maniche fino ai gomiti. Quindi aprì il rubinetto e con la testa china nel lavandino si sciacquò ripetutamente il viso.
L’acqua, avrebbe lavato via ogni traccia residua della saliva del giovane dal suo volto, ma non certo l’offesa.
Né tantomeno la voglia che aveva di lui.
Senza che potesse fare niente per evitarlo, la sua mente tornò ad Erik. Alla sua bocca scarlatta che gli blandiva il basso ventre, promettendo un idillio ancora troppo lontano. Al suo odore ed alla pelle liscia e morbida, che non vedeva l’ora di stropicciare con mani caparbie. Rudi. Esigenti.
Al solo pensiero, il suo corpo reagì all’istante. Sentì il desiderio strisciare sulla pelle, attecchire nella carne.
La tensione tornò a mordergli lo stomaco, rimescolando insieme ancora una volta rabbia e lussuria.
Qualcosa di feroce tornò a ghermirlo con rinnovata veemenza, lasciandolo suo malgrado vittima di un languore insoddisfatto.
Smaniava dalla voglia di assaggiarlo, di conoscere il suo sapore, voleva sentirlo gemere di piacere e gridare di dolore…
sentì la porta della camera aprirsi e richiudersi con un fastidioso cigolio.
Sorrise tra sé e sé con malcelata soddisfazione.
Non aveva bisogno di guardare per sapere chi fosse entrato. Lo sentiva nell’aria improvvisamente pregna di soggezione e nel silenzio che circondava ogni suo debole ansito a stento trattenuto…

" …Il piacere si intreccia col dolore, il bene con il male, la luce con il buio, incatenati nell’anima che tutto sottende senza una visibile distinzione “

– Semicit Nietzsche – 

" Le parole sono la più potente droga usata dall’uomo"

-Rudyard Kipling- 

Pigramente appoggiato al bancone del bar, Mr. Evans aveva appena terminato di bere il suo drink e non sembrava per nulla intenzionato ad ordinarne un altro.
Aveva bisogno di distrarsi.
Di allentare la tensione.
Ma quella sera, una semplice bevuta non sarebbe bastata.
L’insoddisfazione gli stava mordendo lo stomaco come un cane rabbioso e niente
–nemmeno l’alcool–
avrebbe potuto strapparlo a forza da quel fastidioso malcontento, che continuava a montargli dentro, minacciando di sommergerlo.
Con la testa china sul bancone bevve un sorso di Whisky e sospirò…
Sulle labbra, la dolce essenza del malto mischiata al sapore acre della sconfitta.
Per quanto avesse cercato di evitarlo, alla fine era caduto in trappola come un novellino. Poche parole e la sua mente aveva iniziato a vagare, indugiando sulle ignare ed al tempo stesso vivide fattezze del giovane descritto da Quinn.
Era stato come vederlo
E adesso, l’unica cosa a cui riusciva a pensare era quel maledetto schiavo di cui non sapeva niente.
Nemmeno il nome.
Ma che continuava ad affollare la sua mente di immagini. Suoni. Colori.
Rendendolo, suo malgrado, schiavo di un desiderio, già troppo intenso per essere ignorato…
Erik si guardò attorno spaesato.
Nella stanza il silenzio era assoluto.
Seduto a terra con la schiena addossata al muro chiuse gli occhi un istante e prese un lungo respiro.
L’attesa si stava facendo snervante.
Non sapeva più da quanto tempo si trovasse lì.
Né il perché.
Sicuramente erano passate ore.
Riaprì gli occhi e lasciò vagare lo sguardo nella semioscurità, in cerca di una via di fuga. Ma più si guardava attorno e più sentiva crescere dentro di sé una strana sensazione…
Disagio
Ecco cos’era.
Quella in cui si trovava non era certo una comune sala d’attesa. Ma una vera e propria cella, con tanto di sbarre alle finestre.
Un fremito sinistro gli corse lungo la schiena, increspandogli la pelle.
Era in trappola.
Improvvisamente il disagio mutò in apprensione. L’apprensione in paura e la paura si fece strada ovunque. Strisciò in superficie, si insinuò sottopelle, attraversò i muscoli e si spinse ancora più a fondo. Fin dentro le ossa.
Panico
Ancora una volta lasciò vagare lo guardo in cerca di una via di fuga.
E ancora una volta non ne trovò nessuna.
Evans inspirò profondamente, poi soffiò fuori tutta l’aria dai polmoni e guardò l’orologio con impazienza ed irritazione.
Dove diavolo era finito Mr. Quinn?!
Era passata più di un’ora da quando lo aveva fatto accomodare lì e se ne era andato, lasciandolo solo.
Iniziava seriamente a dubitare che quel fantomatico schiavo esistesse davvero.
Per quanto improbabile, quell’ipotesi lo innervosì.
E non poco.
Al solo pensiero che quanto gli era stato promesso, potesse essergli negato con la stessa velocità con cui gli era stato offerto, un fremito feroce ed inaspettato lo attraversò, in un misto di volenza e necessità.
Non era solo una questione di onestà, a dire il vero l’onestà c’entrava ben poco. Era ben altro a spingerlo ad esigere avidamente quanto gli era stato prospettato.
Una lenta fiammata di eccitazione cominciò a risalirgli la pelle.
Ustionandolo
Era sul punto si esplodere, rabbia, paura, curiosità, desiderio, lussuria.
Era tutto lì.
Rimescolato sul fondo della pancia, pronto a detonare alla minima oscillazione…
No, non poteva trattarsi di una misera farsa.
Quinn, era pur sempre un uomo d’affari.
E con una certa reputazione…
Uno scherzo del genere gli sarebbe costato la faccia…
Se non addirittura la vita.
Bevve ciò che restava del suo whisky con indolenza, mentre ancora una volta, un’assillante sensazione di aspettativa lo percorse.
Sbottonò i polsini della camicia e si arrotolò le maniche fino ai gomiti. Quindi aprì il rubinetto e con la testa china nel lavandino si sciacquò ripetutamente il viso.
L’acqua, avrebbe lavato via ogni traccia residua della saliva del giovane dal suo volto, ma non certo l’offesa.
Né tantomeno la voglia che aveva di lui.
Senza che potesse fare niente per evitarlo, la sua mente tornò ad Erik. Alla sua bocca scarlatta che gli blandiva il basso ventre, promettendo un idillio ancora troppo lontano. Al suo odore ed alla pelle liscia e morbida, che non vedeva l’ora di stropicciare con mani caparbie. Rudi. Esigenti.
Al solo pensiero, il suo corpo reagì all’istante. Sentì il desiderio strisciare sulla pelle, attecchire nella carne.
La tensione tornò a mordergli lo stomaco, rimescolando insieme ancora una volta rabbia e lussuria.
Qualcosa di feroce tornò a ghermirlo con rinnovata veemenza, lasciandolo suo malgrado vittima di un languore insoddisfatto.
Smaniava dalla voglia di assaggiarlo, di conoscere il suo sapore, voleva sentirlo gemere di piacere e gridare di dolore…
sentì la porta della camera aprirsi e richiudersi con un fastidioso cigolio.
Sorrise tra sé e sé con malcelata soddisfazione.
Non aveva bisogno di guardare per sapere chi fosse entrato. Lo sentiva nell’aria improvvisamente pregna di soggezione e nel silenzio che circondava ogni suo debole ansito a stento trattenuto…

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